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TITOLO: Thanksgivin Day FANDOM: Guns n’ Roses PAIRING:… - Janie and Izu's slash works [entries|archive|friends|userinfo]
Janie and Izu's slash works

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[Jun. 19th, 2006|10:36 pm]
Janie and Izu's slash works
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TITOLO: Thanksgivin Day

FANDOM: Guns n’ Roses

PAIRING: Jeff/Bill RATING: PG15

DISCLAIMER: Jeff non è mio...Bill non è mio, grazie al mandarino XD

RIASSUNTO: come sopravvivere al Giorno del Ringraziamento senza tacchini ma con inusuali fragole assolutamente fuori stagione °_° XD

NOTE: Tutto ciò nacque da uno dei soliti sogni divinissimi editi da Ancalime (weeh, hola sore), il mio compito fu di tradurre umilmente in fan fiction aggiungendo gli intermezzi XD …e Jeff e Bill non sono nostri T_T la parentela memphisiana di Jeff me la sono inventata io, idem la struttura di casa sua XD





*

 

La piazza pullulava di gente, profumo di canditi e luci colorate e nonostante il leggero tuonare, l’aria fresca di quel tardo pomeriggio sembrava prospettare per il giorno successivo una festa più che soddisfacente.

 

Un paio di passanti si girò stupito, richiamato dalle grida provenienti dall’interno del negozio, troppo alte per non essere notate.

 

- Piantala! – sbraitò la voce seccata di un uomo

 

- Piantala tu! – urlò di rimando una voce più acuta e sicuramente più esasperata.

 

Guardando meglio al di là dei vetri coperti di festoni si sarebbe potuto vedere una scena piuttosto nella norma, non fosse che al posto di una bambina e la madre nervosa e stanca, ci fossero un uomo e un ragazzetto dai capelli lunghi con la mano sulla guancia arrossata e gli occhi pieni di lacrime. Gli sguardi degli altri clienti, chi più chi meno, erano tutti rivolti verso la coppia, alla ricerca di una qualche spiegazione. Vari capi di vestiario erano sparsi ai loro piedi, di fatture persino opposte gli uni dagli altri: camicie dall’abbottonatura alta, gilet, pantaloni….magliette slavate dai colori acidi, jeans aderenti o canotte strappate.

 

L’uomo era paonazzo e dalla sguardo duro su quello che presumibilmente poteva essere suo figlio, il ragazzo teneva gli occhi bassi e si affrettava a raccogliere quello che mani violente gli avevano strappato di mano e scaraventato sulla moquette del pavimento.

 

Dall’esterno non si riuscì a cogliere cosa venne detto nei due minuti successivi, ma ad uno dei passanti fu subito chiara la situazione. Si passò le mani fra i capelli scuri – Bill..- mormorò preoccupato chiedendosi se doveva intervenire o meno. Ma non fece in tempo a prendere una decisione, che dopo un altro paio di grida la porta si spalancò e ne uscì il ragazzo prendendo a correre a tutta velocità dalla parte opposta del suddetto passante. Quest’ultimo tentò di farsi strada tra la folla accalcata lì davanti a guardare le vetrine, nel modo più civile possibile, perdendo tempo. Quando rialzò gli occhi, fece appena in tempo a vedere un lampo rosso girare l’angolo e a quel punto incominciò a correre anche lui.

 

Nel relativamente breve tempo che intercorse da quell’istante a quando un tuono più forte e l’oscillare dei lampioncini di carta aumentò sotto una brezza temporalesca, iniziò a piovere. Jeff, questo era il nome dell’ “inseguitore”, boccheggiò guardandosi intorno, trovandosi all’improvviso in una piazzetta deserta. Il cielo scuro  aveva cominciato a piangere grossi goccioloni gelati e la mano gli doleva, le dita strette alla plastica di un sacchetto strapieno di fragole.

 

Eppure l’aveva visto entrare proprio lì, non poteva sbagliarsi… avrebbe riconosciuto Bill tra centinaia di migliaia di persone.

 

 Il suo Bill… ancora non ci credeva, ma ormai stavano assieme da tre mesi e lo adorava, pazzamente.Sarebbe stato a fissarlo per ore, talmente era bello…i lunghi capelli rossi (proprio quelli che il padre si dannava per veder tagliati, che blasfemia), gli occhi brillanti di quel verde limpidissimo…e le labbra, morbide e carnose, che erano sempre pronte a sorridergli. Ah…si, non gliel’aveva mai detto, ma era certo che quello fosse amore. Perché di lui amava veramente tutto, i pregi, i difetti, il carattere un po’ scontroso con il resto del mondo all’infuori di lui…E il modo di camminare, di ridere, di socchiudere gli occhi sotto le gocce di pioggia…Ecco, appunto. Pioggia.

 

Dov’era ora? Al riparo, almeno? Chissà cosa era successo…Quel bastardo del padre doveva avergli fatto uno dei suoi soliti brutti scherzi, stavolta si era persino messo a gridare in pubblico. E a schiaffeggiarlo, a giudicare dal rossore che era riuscito a intravedere sulla sua guancia. Quel…pezzo di…l’avrebbe pagata prima o poi, non gli avrebbe lasciato fare male a Bill per ancora molto tempo.

 

I suoi occhi furono catturati dalla cabina telefonica dall’altro lato della piazzetta. Se non si stava sbagliando, aveva visto la luce al suo interno vibrare per un attimo, segno che qualcuno doveva essere là dentro.

 

Si avvicinò in fretta per sbirciare e nonostante i vetri sporchi e appannati si poteva distinguere l’ombra al suo interno. Tirò un sospiro di sollievo: grazie a Dio era Bill. Stava per aprire le ante, quando qualcosa lo pietrificò. Era un singhiozzo. Un moto di rabbia, mista a dolore e paura si impossessò di lui. Non sapeva se entrare ed abbracciarlo o lasciarlo in pace, magari voleva restare solo e farsi veder piangere lo avrebbe fatto vergognare e basta. O forse…

 

Ma fra lo scroscio della pioggia gli parve di sentire dell’altro.

 

-…Jeff…-

 

Sgranò gli occhi.

 

- Jeff…dove sei…? – sentì mugolare al di là delle ante, questa volta in modo più nitido.

 

- Rispondi, ti prego…rispondi…-

 

E così capì.

 

Quel dolcissimo ragazzo stava telefonando a lui, lui, come prima persona davanti a chiunque altro. Il cuore gli si riempì di tenerezza e non seppe resistere, le sue dita corsero a sfiorare il vetro impolverato alle spalle di Bill.

 

 

Stava per desistere e accasciarsi per terra, disperato, quando un leggero tamburellio richiamò la sua attenzione. Voltandosi, una marea di “I love you “ gocciolanti gli riempirono gli occhi umidi. Dietro al vetro, appena visibile tra una lettera e l’altra, c’era il sorriso della persona che aveva evocato fino ad un istante prima.

 

Senza fiatare uscì lentamente dalla cabina e gli si avvicinò.

 

-Bill…? – chiese, distraendosi solo un istante a guardare gli “I love you “ ancora distinguibili sul vetro.

 

-Ah…sì, io- sorrise un po’ imbarazzato il ragazzo. Ahi…lo sapeva. A giudicare dall’espressione dell’altro non doveva aver fatto la scelta giusta, sarebbe stato meglio andarsene…ma come avrebbe potuto?

 

Ma l’istante dopo, con sua gran sorpresa, due braccia si strinsero attorno al suo collo e il profumo dei capelli di Bill gli riempì le narici, mandandolo direttamente a milleseicento pulsazioni al secondo. Non sapendo che altro fare, un po’ goffamente lo abbracciò anche lui, stringendoselo addosso.

 

-Sei tu…oh, sei proprio tu…- continuava a ripetergli sul collo, un po’ piangendo e ridendo assieme.

 

Poi Bill si sciolse dall’abbraccio, gli prese il volto tra le mani e lo baciò con trasporto. Jeff ci mise un attimo a capire, ma poi il sacchetto di fragole cadde rovinosamente a terra e incominciò a rispondergli più che volentieri, portandogli le mani tra i capelli bagnati di pioggia.

 

Dopo due minuti per forza di cose dovettero staccarsi, ma Bill rimase a occhi chiusi, sorridendo, il viso ancora leggermente sollevato.

 

-Non ci posso credere-

 

-Cosa?- chiese Jeff, osservandolo incantato: la frangia sulla fronte e il viso gli ridisegnava i tratti e le ciglia vibravano ad ogni parola, battito del cuore, goccia d’acqua…una visione.

 

-Sei qui…- rispose, socchiudendo gli occhi –Sei proprio qui, adesso, proprio quando ne ho bisogno…come sempre…ci riesci ogni santa volta…come fai?-.

 

Jeff sorrise scuotendo la testa. Che domanda stupida.

 

-…che domanda stupida…logico…perché ti amo-. E poté sentire l’emozione dell’altro riflettersi su sé stesso, quando riunì le loro labbra.

 

 

Una ventina di minuti dopo, pressati sotto la giacca di jeans di Jeff, si ritrovarono davanti a casa di quest’ultimo.

 

Bill gli aveva ripetuto “ti amo anch’io” almeno un centinaio di volte, o forse soltanto una, ma il modo con cui l’aveva fatto, l’espressione che gli si era dipinta sul volto, bastava a fargli comprendere il senso della vita.

 

Aprendo la porta di casa, sentì Bill rabbrividire.

 

-Hai freddo? Aspetta, adesso ti do qualcosa per cambiarti e preparo del te caldo-.

 

Bill annuì. –Ma sei sicuro che posso? I tuoi dove sono?-

 

-Tranquillo, sono via per stasera- gridò salendo le scale, tornando poco tempo dopo –Non so bene dove…da parenti, a Memphis, presumo…tieni- disse, porgendogli una camicia e un paio di jeans suoi puliti.

 

-Bene, tu cambiati, vai in camera mia (fai le scale e terza porta a destra) e aspettami lì due secondi. Io vado a preparare il te, torno subito-. E dopo un leggero bacetto si allontanò, con in braccio il suo cambio.

 

Bill sorrise fra sé e sé e si cambiò, felice come una pasqua di poter mettere dei vestiti di Jeff, anche se i pantaloni gli andavano bene..ma la camicia (stranamente semplice bianca),  un po’ meno, era larghissima, gli arrivavaben sotto il sedere. Oh, con Jeff non occorreva sistemarsi per bene e non si curò di metterla dentro i pantaloni.

 

Qualche minuto dopo un buon aroma di te alla menta raggiunse la stanza, seguito qualche istante dopo all’ospite di casa. Lui si era cambiato in modo praticamente identico, tranne per il fatto che la camicia gli fasciava leggermente di più i fianchi ed era di un terrificante color verde pisello. Bill alzò gli occhi al cielo: amava il suo ragazzo, ma prima o poi avrebbe dovuto rifargli il guardaroba…anche se sospettava sarebbe accaduto l’esatto contrario.

 

Prese la tazza fumante che gli venne passata e ringraziò. Jeff si sedette di fronte al suo letto, dov’era seduto Bill, sull’altro presente nella stanza. Purtroppo non potè godersi a lungo il suo, di te, accorgendosi subito d’essere osservato.

 

-Mh…faceva…faceva un bel freddolino fuori, eh?- tentò, osservando fin troppo concentrato il fondo distorto dal liquido della sua tazza –E dire che dovrei- ma non riuscì a finire la frase che la tazza gli fu tolta senza troppa accuratezza dalle mani e posata assieme all’altra sul comodino. Poi Bill gli fu a cavalcioni sulle sue ginocchia, le braccia di nuovo strette attorno al collo e il viso a pochissima distanza dal suo.

 

-Avevi freddo?- chiese Bill, soffiandogli sulle labbra. Jeff annuì deglutendo, tentando di guardargli gli occhi..gli occhi!! -Anche io ne avevo. Tanto. Ne ho sempre avuto, mi gelava le ossa- e gli baciò le labbra, nel modo più dolce possibile –Avevo così tanto freddo da non poter più respirare. Se provavo qualcosa..quel sentimento…mi si ghiacciava nei polmoni- un altro bacio, questa volta un contatto di labbra leggermente più lungo -…e mi sentivo come una stupida auto in inverno, quando non c’è verso di far partire il motore- altro bacio ancora, contatto sempre più lungo. –Ma poi sei arrivato tu, Jeff…e adesso respirare mi viene naturale…riesco davvero ad essere felice. E lo sono grazie a te…non ho più freddo…tu ne hai?-.

 

E questa volta quello che seguì fu più che un semplice contatto di labbra, perché Jeff non gli permise di allontanarsi, premendogli la testa contro la sua, accarezzandogli la nuca. Le loro lingue si incontrarono a metà strada, sfiorandosi con vigore ma senza fretta, duellando dolcemente.

 

-No…così non ho freddo- gli sorrise

 

-Ok…-.

 

Si alzò dalle sue gambe e si stese sul letto, tirandolo verso di sé, cercando ancora il contatto con le sue labbra, che non gli fu negato. Presto Jeff fu completamente sopra di lui, steso sul letto, impegnato a stringersi il più possibile contro quel corpo ormai familiare ma sempre desideratissimo.

 

…e lo sentiva. Sentiva di essere amato, in ogni bacio, con ogni carezza. Quella notte nessuno avrebbe avuto freddo.

 

Poi polpastrelli caldi e delicati andarono a sfiorare la pelle liscia della schiena, le spalle, e presto furono sull’abbottonatura della camicia, nel tentativo di aprirla. Lo stesso fecero le mani di Jeff, più svelte e capaci, e in poco tempo le sue labbra furono sul petto del suo ragazzo, a sfiorargli i capezzoli sensibili, torturandoli bonariamente, beandosi dei gemiti deliziati provenienti da poco più in su. Salì un poco, lasciando nel tragitto una scia di baci leggeri, riportandosi sulle labbra di Bill.

 

-Bill…-

 

-Mh?-

 

-Non lascerò mai più che tu abbia freddo. Ci sono io con te, lo sai, vero?-.

 

Gli occhi di Bill si rifecero lucidi.

 

-Sì…lo so…ti amo, Jeff…-

 

 

Erano le prime luci dopo una notte di acquazzoni e il traffico incominciava a scorrere per le strade. Stavolta i metereologi non avevano sbagliato, si diceva una demoralizzatissima Lafayette grondante d’acqua da ogni grondaia.

 

Jeff si svegliò al suono ripetitivo di una goccia sui vetri, rigirandosi nel letto. Alt. Quella notte il letto non gli era parso così vuoto…poi una voce familiare gli accarezzò i sensi e improvvisamente si rese conto che quello che sentiva era profumo di cioccolata calda.

 

-Buongiorno…-.

 

Decise che forse era ora di alzarsi. Inspirò ma non appena la sua schiena fu sollevata dal materasso il respiro gli si mozzò a metà.

 

Seduto sul letto davanti, vestito solo di involontaria sensualità e della sua camicia bianca c’era Bill, intento ad assaggiare la cioccolata fumante preparata per lui che aveva fra le mani.

 

Ora…non ci s può svegliare dopo una notte passata a..beh….in qel modo, vedendo il proprio ragazzo succhiarsi le dita. Ok, lo faceva senza nessun secondo fine. Va bene, non era un atteggiamento sexy quello che verrebbe da leggere..ma dio, non è comodo!

 

-Ehi…è per me quella?- chiese, appena ne fu capace.

 

-Mh? Questa?- fece, sollevando gli occhi di scatto, come un bambino beccato con le mani nella scatola dei biscotti-

 

-Sì…fai assaggiare?-.

 

Bill sorrise malizioso, immerse un dito nella bevanda densa e lo porse a Jeff.

 

-Mmh…! Buona!-

 

-Certo, l’ho fatta io!- rise, dopo averlo guardato con arietta di sufficienza.

 

-…Jeff?-

 

-Sì?-

 

-Ma tu ieri non avevi un sacchetto di fragole?-

 

-Eggià…e se ricordo bene anche della panna nel frigo…-

 

 

 

 

End ^_^



Izu

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