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Sweet child o' mine.. - Janie and Izu's slash works [entries|archive|friends|userinfo]
Janie and Izu's slash works

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Sweet child o' mine.. [Jun. 7th, 2006|05:16 pm]
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TITOLO: Sweet child o’ mine

FANDOM: Guns n’ Roses

PAIRING: Izzy/Axl

RATING: Pg-13 ma Axl non l’ho trattato per niente bene

DISCLAIMER: chiaramente i piccioncini non sono miei, magari lo fossero, specialmente all’età in cui sono descritti qui non lo erano perché non ero ancora nata XD i familiari di Axl neppure sono miei, Lafayette non l’ho mai vista in vita mia e Sweet child o’ mine neppure è mia, magari XD

RIASSUNTO: ehm… Izzy e Axl, sedici anni, ancora Jeff Isbell e Bill Bailey, a Lafayette. Detto tutto XD

NOTE: codesta ff, è melassa allo stato puro XD e nacque solo perchè al laboratorio di inglese mi venne l'illuminazione.... ^^;



GENNAIO 1978

 

Dove era sparito, adesso?

 

Stavolta era parecchio irritato. D’accordo, ci era abituato. Bill non era mai stato tipo da arrivare in orario. Ma dopo tre ore, gli altri membri del gruppo che chissà perché cercavano un cantante e un chitarrista ritmico si erano stancati di aspettare e avevano detto che con quei presupposti non se ne poteva fare niente. Quindi, doveva arrivare alle tre; alle sei se ne erano andati. Erano le sette, e stava ancora lì come un fottuto palo della luce ad aspettarlo. Non poteva esserselo scordato, dannazione! Con tutte le storie che faceva sul diventare famoso e andarsene da Lafayette, Indiana, appena capitava un’occasione seria, eccolo lì che non si presentava? Era inutile che facesse storie sul vergognarsi, ormai quella fase l’aveva passata. Avrebbe dovuto dargli un’ottima spiegazione, per giustificarsi. Ma davvero ottima. E intanto lui stava lì da quattro ore, era il quindici gennaio, faceva FREDDO, e… ecco, appunto, stava giusto iniziando a nevicare. Chiaramente doveva aver avuto la sfiga di nascere in un buco orribile che si trovava in uno stato in pieno clima continentale, dove d’inverno si gelava e d’estate bastava il sole per cuocere una grigliata.

 

“William_Bruce_Bailey, questa me la paghi.”

 

Quella sera non la scampava. L’aveva fatto aspettare quattro fottutissime ore, e non sarebbe tornato a casa prima di averci parlato, anzi, prima di avergli fatto entrare in quella bellissima testolina rossa che così non andava. Cazzo, ma perché doveva costringerlo a fare quelle cose? Se lo sarebbe risparmiato volentieri, se avesse potuto. La situazione di merda in cui stava la conoscevano pure i sassi del giardino dell’asilo pubblico di Lafayette, e anche per questo cercava sempre di prendersela con lui il meno possibile. Però stavolta aveva esagerato.

Però forse avrebbe fatto bene a chiedergli i motivi, prima di incazzarsi. Magari la sua giustificazione era davvero buona… e lo sperava per lui. Bene Isbell, pensò, andiamo a cercarlo.

 

Jeff sistemò la chitarra sotto il braccio, saltò giù dal muretto, si strinse di più nella sua giacca di jeans extralarge e si avviò verso casa Bailey, che nonostante si trovasse dal lato opposto del paese, era raggiungibile in quindici minuti. La neve cominciò a scendere più forte, e Jeff si rese conto di avere i capelli completamente bagnati. Tra una mezza imprecazione e l’altra, si ricordò di avere un elastico; lo tolse dal polso e si fece una coda che gli arrivava poco sotto il collo, e tirò su quello della giacca. Non serviva a niente ma almeno lo illudeva di stare più asciutto. Con il fatto che sotto la giacca aveva solo un maglione che gli andava larghissimo e che i jeans, che erano già di una taglia piccola, gli andavano abbastanza grandi da lasciargli i fianchi scoperti, stava davvero gelando. Ma intanto, mentre camminava, aveva cominciato a sbollire l’incazzatura. Sì, forse era meglio accertarsi del perché non era venuto. Non era per niente sicuro, ora, che la colpa fosse solo sua. Era già successo altre volte, anche se mai così, perché alla fine si presentava sempre; ma aveva sempre le maniche lunghe, e se vedeva qualche livido o segno sul volto o sul collo, era “caduto dalle scale”. Scusa vecchia, se non preistorica. Aveva capito da anni cosa succedeva lì, ma se non era Bill a volerglielo dire, non poteva costringerlo; doveva aspettare che si facesse avanti lui. Chiuse gli occhi e sentì una stretta al cuore. Per lui era già stato abbastanza difficile accettare quella situazione quando avevano cominciato a frequentarsi, ma ultimamente quello che provava per il suo amico era cambiato. Si conoscevano da anni, ma solo negli ultimi mesi aveva cominciato a notare quanto fossero belli quegli occhi verdi, quanto quei tratti, durante l’adolescenza, fossero diventati più morbidi e dolci, quanto quei capelli rossi, dopo che erano cresciuti, gli dessero un’aria ancora più angelica, quanto fosse bella la sua voce quando cantava, e… cazzo, era partito, completamente. Ed era anche per questo che avrebbe voluto vederlo stare bene il più possibile, che lo preoccupava parecchio il fatto che a sedici anni conoscesse il commissariato di Lafayette come casa sua, e che le cadute dalle scale erano più frequenti.

 

Arrivato davanti a casa Bailey, si era considerevolmente calmato. La luce era accesa e sembrava tutto calmo, anche se la situazione non lo convinceva per niente. Normalmente quando lo chiamava a quell’ora sentivano urla provenire dal piano di sotto… beh, tanto valeva provare. Si avvicinò alla porta e bussò, ma non rispose nessuno. Diede un altro paio di colpi, e finalmente qualcuno aprì leggermente la porta, senza uscire.

 

“Chi è?”

 

Per fortuna era sua sorella.

 

“Sono Jeff… Jeff Isbell, l’amico di…”

“Se cerchi Bill, vattene. Non è qui.”

“E dov’è allora?”

“Non lo so, non posso… cazzo, ti basti questo.”

 

Poi chiuse la porta, e Jeff iniziò a preoccuparsi seriamente. Se aveva capito bene, l’avevano buttato fuori, e non aveva sicuramente posti dove andare. E allora doveva trovarlo, e subito, con quel freddo… ma cazzo, dove lo cercava? Beh, Lafayette era piccola, l’avrebbe setacciata tutta, se necessario. Stava per andare quando la porta si riaprì di colpo e ne uscì correndo il fratello di Bill…

 

“Jeff! Sei ancora qui?”

“Sì…”

“Grazie al cielo. Senti, non ho molto tempo, e non posso dirti tutto, ma non è andato via da troppo tempo. Lo cercherai?”

“Certo che sì!”

 

L’altro si morse un labbro e lo guardò in faccia.

 

“Senti, tu ci tieni a lui, vero’”

“Più di quanto tu pensi.”

“Allora ti prego, pensaci tu.”

 

Poi rientrò in casa e richiuse la porta. Jeff rimase abbastanza spiazzato, ma lasciò correre e iniziò a pensare a dove poteva essere andato. C’era una collinetta poco fuori Lafayette, dove lo trovava sempre d’estate quando avevano dieci anni… poteva essere? Strinse la giacca e corse verso l’uscita del paese; arrivato al bordo della strada, svoltò per un sentiero nascosto e lo seguì fino ad arrivare alla collinetta, ormai coperta anche lei di neve, anche se per fortuna aveva smesso. Salì quei pochi metri necessari per avere una visuale decente. Aveva indovinato; sotto un albero senza foglie era seduto l’oggetto della sua ricerca, vestito solo con un paio di jeans e una t shirt… e aveva i piedi nudi??? Cazzo… i capelli erano pieni di neve, molto più dei suoi (certo, erano più lunghi..). se restava così… gli corse un brivido lungo la schiena e corse sulla cima, posando una mano sulla spalla gelida di Bill, che però la spostò con un gesto secco.

 

“Non provare a toccarmi ancora, razza di…”

“Ehi? Sono io…”

 

Un paio di occhi verdi si aprì di colpo puntandosi sui suoi.

 

“Jeff? Oh cazzo, come hai fatto a trovarmi? E perché… oh dio l’incontro con il gruppo…”

 

Jeff decise di bloccare sul nascere la crisi isterica che prevedeva sarebbe arrivata a breve e gli passò il dorso del dito su un taglio leggero che aveva sulla guancia.

 

“Ferma lì, ferma lì. Non preoccupartene, per ora. Non è niente, e penso che avessi cose più importanti a cui pensare. Senti, andiamo a casa mia, prima di morire assiderati tutti e due.”

“Non voglio dis…”

“Ma che disturbare, stai zitto e non protestare. Stai congelando e ti preoccupi anche? E i miei sono fuori fino alla settimana prossima, ho casa vuota.”

 

Non aspettò neppure la risposta. Si tolse la giacca, la passò intorno alle spalle di Bill e lo sollevò da terra passandogli un braccio intorno alla vita e si avviò il più velocemente possibile verso casa, operazione resa piuttosto difficile, data la condizione di semincoscienza dell’altro. Bene o male in mezz’ora arrivarono. Tra la chitarra e il fatto che doveva sorreggere l’amico, per Jeff fu un’impresa tirare fuori le chiavi e aprire la porta, ma alla fine ci riuscì, e una volta all’interno, lasciò la chitarra all’ingresso e salì le scale, ringraziando per una volta di essere più alto di Bill; infatti l’aveva sollevato in modo che i piedi non toccassero le scale o il pavimento, e avrebbero fatto prima. Aprì la porta di camera sua e lo fece sedere su una piccola poltrona mezza sfondata, vicino al letto, che insieme ad una scrivania, due sedie e dei poster degli Stones costituiva l’unico arredamento della stanza. Entrambi erano fradici, e non se la sentiva di far bagnare il letto. Corse in bagno a prendere degli asciugamani, se ne strofinò rapidamente uno sui capelli, e si mise dei jeans puliti e una maglietta, per poi dedicarsi a rimettere in sesto qualcun altro. Prima di tutto andò a rifornirsi di un numero cospicuo di asciugamani, che poi bagnò leggermente con acqua calda; con uno avvolse i capelli rosse, l’altro glielo mise intorno alle spalle dopo aver tolto la maglietta fradicia, sempre frizionando per cercare di far ripartire la circolazione. E intanto vedeva che su quel corpo esile ma perfetto c’erano parecchi segni di cadute dalle scale. Alcuni anche recenti… ma non era quello il momento di preoccuparsene. Tolse anche i jeans e cominciò a frizionare le gambe, per poi arrivare ai piedi. E lì si portò una mano alla bocca. Oltre a non essere per niente puliti, ma quello era scontato, erano pieni di tagli e graffi, che sanguinavano ancora. Corse in bagno a prendere una bacinella di acqua bollente, un altro asciugamano e la cassetta del pronto soccorso. Poi, dopo avergli messo una coperta sulle spalle, sollevò delicatamente le caviglie e posizionò i piedi nella bacinella. Al contatto con l’acqua bollente, si risvegliò finalmente dallo stato catatonico in cui era entrato da un po’ di tempo.

 

“Cosa…”

“I tuoi piedi sono ridotti ad un campo di battaglia, per tua informazione… non ti farà per niente piacere, ma ti potrebbe seriamente venire un’infezione.”

 

Bill annuì perché la testa gli faceva troppo male per parlare, ma nel giro di un minuto fu perlomeno in grado di rendersi conto della situazione.

 

“Isbell, ma siamo a casa tua?”

“Affermativo. L’Hilton per stasera era pieno.”

 

Prese un altro telo, gli asciugò i piedi e iniziò a disinfettare i tagli e a fasciare le ferite. Almeno ora non era più un pezzo di ghiaccio. Una volta finito, mise a posto e chiuse la cassetta. E poi alzò gli occhi; davanti ai suoi ce ne erano due verdi, lucidi, delle labbra tremanti, e si rese conto che si stava disperatamente trattenendo per non piangere. Certo, ma così anche lui ci stava male, anzi, peggio. Si alzò e senza lasciargli il tempo di dire niente gli passò un braccio intorno alla vita e gli mise la mano tra i capelli bagnati sistemandogli la testa contro la spalla.

 

“Isbell, che…”

“Piantala di vergognarti e fallo. Non siamo tutti supereroi, lo sai o no?”

 

A quel punto non si trattenne più. Non avrebbe mai voluto fare una cosa così umiliante, raramente lo faceva da solo, ma in quel momento non ci resisteva. Scoppiò in un pianto fortissimo stringendo le braccia intorno al collo di Jeff, e ci mise un quarto d’ora buono a calmarsi. Poi si rese conto che uno spostamento non rientrava nei suoi desideri più in alto nella classifica, ma non poteva essere un peso più di quanto già non fosse e si staccò a malincuore passandosi la mano sugli occhi.

 

“Senti, grazie di tutto. Hai fatto davvero troppo. Se… se puoi prestarmi dei vestiti te li farò riavere prima o poi e…”

“Frena, frena… dove pensi di andare?”

“Io… non lo…”

“A casa tua? Non penso proprio, e non te lo lascerei fare comunque.”

“No, non lì.”

“Per strada?”

“E che posso fare?”

“Resta qui.”

“Ti ho già dato abbastanza guai, oggi pomeriggio poi…”

“Te l’ho già detto. Non è niente, davvero.”

“Non dovresti, non ne vale la pena.”

 

Gli avrebbe volentieri tirato un ceffone, sentendo quelle cose, ma non intendeva fare assolutamente niente che implicasse alzare le mani. Sicuramente non gli avrebbe fatto male, ma non in quel momento.

 

“Senti, mi diresti che è successo?”

“Non mi parleresti più.”

“Lo pensi davvero?”

 

Jeff lo guardò dritto in faccia, e a quel punto, nel vedere quei due grandi occhi castani specchiarsi nei suoi, e nel leggersi solo comprensione, le sue remore scomparvero.

 

“Mi ha buttato fuori. Non volevo andare in chiesa ne’ tagliarmi i capelli, e vedi il risultato.”

“E mentre uscivi sei caduto dalle scale?”

 

L’espressione di Bill diventò un misto di vergogna, stupore e paura.

 

“Come…”

“Nessuno si prende lividi del genere cadendo dalle scale. Dimmi solo sì o no, e poi non c’è bisogno di altro.”

“Io… no.”

 

Improvvisamente tra loro calò un silenzio piuttosto pesante, finché Jeff non lo ruppe.

 

“Ehi, senti, nel letto dei miei non si può andare, ma se non ti dà fastidio, resta qui fin quando ti pare.”

 

Sul volto dell’altro si dipinse un’espressione di pura gratitudine.

 

“Da… davvero? Non devi…”

“Non essere idiota, a che servono gli amici se no?”

 

Certo, il letto non era enorme, ma ci sarebbero entrati abbastanza bene. Jeff gli tirò dei pantaloni di un pigiama, se ne mise un paio lui stesso, e passò anche una spazzola e un phon, non poteva dormire con i capelli bagnati in quel modo. Tornò dopo un quarto d’ora, con quella morbidissima chioma rossa che ricadeva in onde un poco mosse lungo le spalle. C’era una sola parola per definirlo. Perfezione. Spostò le coperte del letto e gli fece segno di entrare. Bill ebbe un momento di esitazione, ma poi la stanchezza si fece sentire, e si infilò anche lui nel letto; entrambi si tennero vicino ai bordi.

 

“Buonanotte, allora.”

“Anche a te.”

 

Poi, spenta la luce, chiusero gli occhi.

 

Fuori, però aveva cominciato a piovere molto forte; per Jeff non sembrava essere un ostacolo, ma per l’altro occupante del letto sì.

 

Quella giornata era stata troppo  per dormire. Oltretutto, prima, non aveva detto tutta la verità, ma se il signor Isbell avesse saputo il vero motivo per cui era finito fuori casa… rabbrividì e si rigirò un paio di volte. Non c’era niente da fare, stava gelando lo stesso. Allungò un poco la mano verso la schiena di Jeff, ma la ritrasse immediatamente.

 

Non si sarebbe comportato da ragazzina stupida, stavolta, oh no. Gli voltò la schiena e tirò un poco la coperta sulla spalla. Ma no, ancora nulla, faceva così freddo… si rigirò, riallungò la mano e la ritrasse ancora, per poi ripetere tutta l’operazione almeno quattro volte. Poi si portò una mano alla testa girandosi sulla schiena.

 

“Cazzo, perché non c’è niente che vada bene in me?”

“Non c’è niente che non vada bene, sei tu che non lo vuoi riconoscere.”

 

Quasi sobbalzò sul letto nel sentire una voce provenire dal lato opposto. C’erano due occhi castani che lo guardavano, tra il divertito e il preoccupato.

 

“Da… da quanto sei sveglio?”

“Non so, ma ti sei girato quattro volte.”

“Oh no…”

“Bill, se ti va di chiedermi qualcosa, puoi farlo. Non c’è da vergognarsi.”

“No.”

“Sì.”

“Ma è una cosa da ragazzine.”

“Le ragazzine ti fanno così schifo?”

“Ma che discorsi fai?”

“Non sei un supereroe, te l’ho già detto. Cosa volevi?”

“Ma ti ho già scocciato troppo e…”

“Non ti ucciderò.”

“Beh, non era tanto chiedere qualcosa, quanto chiederti di farne una.”

“Cosa?”

“Questo. E se non ti va, non devi.”

 

Poi si spinse di più sotto le coperte, si avvicinò e gli passò delicatamente le braccia intorno al collo, appoggiando la testa nell’incavo. Jeff rimase un poco sorpreso, ma subito dopo lo abbracciò di ritorno.

 

“Non era mica chissà che. Ti preoccupi troppo.”

“Mh, se lo dici tu…”

 

Si sistemò meglio, ma poi qualche irrefrenabile impulso lo spinse a dire parzialmente la verità, anche se sapeva che sarebbe stata la volta buona in cui si sarebbe fatto buttare fuori. Ma non se la sentiva di nasconderlo.

 

“Oggi… non ti ho detto tutta la verità.”

“In che senso?”

“Non… non mi ha buttato fuori solo per quello.”

“No?”

“No. Ecco, ha scoperto un foglio che avevo scritto e… insomma…”

“Daaai, non ti ucciderò.”

“Ci vuole una… premessa.”

“Che premessa?”

“Ultimamente ho… non ne sono troppo sicuro neppure io del tutto ma… non mi piacciono le ragazze, penso.”

 

Il cuore di Jeff cominciò a battere al doppio della velocità poteva essere che…

 

“O meglio, non so, ma adesso mi piace qualcuno, e non è una ragazza. Sul foglio c’era scritto e… è stato molto peggio di come avevo detto.”

 

Si aspettava che lo spingesse via, ma con sua enorme sorpresa sentì le braccia intorno alla sua vita stringersi ancora di più, e quella situazione lo stava uccidendo, perché c’era ancora una cosa da dire. Ma non voleva perdere anche questo

 

“Ehi, ma chi è questo tipo che ti piace?”

 

Ecco dove NON voleva arrivare.

 

“Non lo vuoi sapere, fidati.”

“Invece sì. Potrei darti una mano…”

 

Bill rise amaramente.

 

“Non penso proprio.”

“Allora descrivimelo. Forse lo posso indovinare.”

 

Era intenzionato a estorcergli il nome. Chiunque fosse stato, avrebbe fatto il possibile per farli mettere insieme, tutto per renderlo felice almeno una volta…

 

“Allora… non è molto appariscente, lo devi conoscere bene per vedere quanto sia… bello. È sempre fin troppo gentile, quando passi del tempo con lui riesci sempre a divertirti, e quando stiamo insieme diciamo che tendo a scordarmi dei miei… problemi…”

 

Jeff stava iniziando a perdere le speranze. Chiaro, doveva essere uno davvero fantastico… ma chi?

 

“Nient’altro?”

“Uhm, è una persona molto intelligente, ma quando non vuole capire le cose, ha dei paraocchi non da poco…”

 

Che voleva dire??!

 

“Lo conosco?”

 

La risposta fu preceduta da una piccola risata.

 

“Oh sì, molto bene. Almeno dovresti.”

“C’è qualcosa di particolare che fa?”

“Ecco, l’avevo detto che… ma sì…”

 

Inspirò profondamente, e disse l’informazione che avrebbe causato la fine di quella bella amicizia.

 

“Suona la chitarra.”

 

A Jeff bastò poco per fare due più due.

Perché Bill non conosceva nessun altro che suonasse la chitarra… lui escluso.

 

“Sono… sono.. io?”

 

Chi tace acconsente… ma poi sentì una voce flebile provenire dal basso.

 

“Se… se non vorrai più parlarmi o vedermi io…”

“Senti, tu. Anche io ti ho sempre nascosto qualcosa.”

 

Gli tirò su la testa in modo da poter fissare dritto quegli occhi verdi.

 

“Vedi, neppure a me piacciono le ragazze, mai piaciute. E anche a me piace un ragazzo. Non solo è bello, è perfetto, e si nota anche. Ma a quanto pare non se ne interessa troppo. È una persona molto intelligente e molto sensibile, anche se non se ne vuole rendere conto. Ha sempre un’aria depressa, però, e anche se ne ha tutti i motivi, sono anni che tento di farla sparire. Ultima cosa, si svaluta sempre troppo, e dà sempre tutto per scontato.”

“Per… scontato?”

 

Non ci voleva e non ci poteva credere.

 

“Certo. Chi ti diceva che non ti avrei voluto più vedere?”

“Vuoi dire che…”

“Che sei tu.”

 

Poi chinò leggermente le labbra su quelle di Bill, limitandosi a sfiorarle, ma quando sentì l’altro muoverle contro le sue, anche non avendo mai baciato nessuno prima, cominciò a fare più sul serio, accarezzandole e mordendole leggermente; quando le sentì aprirsi, le unì completamente alle sue, e intanto due mani erano salite sulle sue tempie, e gli tenevano la testa accarezzando leggermente i capelli.

 

Quando si staccò a malincuore, si rese conto che era finito esattamente SOPRA Bill, con una gamba infilata in mezzo a quelle dell’altro… lo guardò in faccia, e per la prima volta in sei anni, vide quei lineamenti completamente rilassati, gli occhi verdi che quasi brillavano, e le labbra distese in un sorriso dolcissimo. Una visione che toglieva il respiro, assolutamente.

 

“Allora ci sono riuscito, alla fine.”

“A fare cosa?”

“A far sparire quell’aria perennemente incazzata col mondo, ecco cosa.”

“Se penso che ci speravo da anni…”

“Se penso che lo volevo fare da anni…”

 

Scoppiarono a ridere tutti e due.

 

“Certo, caro signori Isbell, che siamo tutti e due molto intuitivi.”

“Ah, su quello non ho dubbi.”

 

Poi si chinò di nuovo verso il basso, e infilando ancora una mano nei capelli rossi, lasciò una leggera serie di baci scendendo dalla tempia fino al mento, accarezzandogli poi la guancia col dorso dell’indice.

 

Bill era sicuro al cento per cento che quello fosse un sogno e che in realtà fosse ancora sulla collina a morire assiderato. Non riusciva a crederci. Era passato da un inferno in terra a quello che poteva definirsi solo un paradiso in terra. Mai, in vita sua, si era sentito così bene, mai qualcuno gli aveva dato così tante attenzioni, mai aveva provato quella sensazione di completezza che provava ora. Ed era stato milioni di volte meglio di quanto aveva immaginato per fin troppo tempo; era stato assolutamente perfetto, non poteva trovare nessuno migliore.

 

“Come va?”

“Benissimo, davvero. Mai stato meglio.”

“Ne sono estremamente felice.”

“Ehi… domani ti va di andare a scuola?”

“Mh… che ne dici, tagliamo?”

“Tagliamo.”

 

Jeff lo baciò ancora, si girò di lato e lo abbracciò come prima, solo che stavolta non perse l’occasione per iniziare a passare la mano tra quelle ciocche rosse, provocando delle reazioni decisamente compiaciute. E non riuscì a trattenere un altro sorriso di pura gioia mentre entrambi scivolavano nel sonno.

 

GENNAIO 1987

 

Izzy aprì leggermente gli occhi quando li illuminò un raggio di sole che filtrava dalle persiane della stanza. Si girò un poco, ma non troppo, per non svegliare un certo cantante che stava beatamente tra le sue braccia, con le labbra curvate in un piccolo sorriso. Ormai erano nove anni che stavano insieme, e ogni volta che lo guardava, si ricordava di quella prima notte, e non riusciva a fare a meno di finire trasportato in quel mondo che ormai sembrava lontano anni luce. Però, in quei nove anni, aveva progressivamente smesso di vedere tracce di sofferenza, in quegli occhi verdi, e per questo, non poteva fare a meno di esserne estremamente appagato. E intanto, si erano aperti.

 

“Buongiorno.”

“Buongiorno a te. Da quanto sei sveglio?”

“Poco.”

“Potevi svegliarmi.”

“Non ce ne era bisogno. Beh… auguri.”

“Giusto, è oggi… auguri, allora. Nove anni fa non ci avrei mai creduto.”

“Neanche io, ma intanto…”

“Già. Cazzo, nove anni… e dove andiamo ora?”

“Abbiamo il contratto, no? Si va a fare sfracelli.”

“Giusto. Izz… anzi… Jeff?”

“Sì, Axl… anzi, Bill?”

“Lo sai che ti amo vero?”

“Non ne potrei dubitare. E lo sai, che ti amo anche io.”

 

Poi si baciarono ancora, lentamente, senza troppa fretta, mentre entrambi tornavano con la mente a quella notte, e ai ricordi degli anni successivi.




Story janie_tangerine

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Comments:
From: (Anonymous)
2007-08-27 12:45 pm (UTC)

da izzygirl

ma vaffanculo!!!!!!
(Reply) (Thread)