?

Log in

TITOLO: Tunnel of love FANDOM: Guns n’ Roses PAIRING: Izzy/Axl… - Janie and Izu's slash works [entries|archive|friends|userinfo]
Janie and Izu's slash works

[ userinfo | livejournal userinfo ]
[ archive | journal archive ]

[Jun. 7th, 2006|05:34 pm]
Janie and Izu's slash works

slash_attitude

[janie_tangerine]
[Tags|]
[Current Location |Home]
[Current Mood |draineddrained]
[Current Music |Love me two times - The Doors]

TITOLO: Tunnel of love

FANDOM: Guns n’ Roses

PAIRING: Izzy/Axl

RATING: PG13

DISCLAIMER: Axl non è mio, Izz non è mio, né tantomeno lo erano nel 79... e che cazz neppure ero nata XD

RIASSUNTO: è il primo anno che Jeff Isbell e Bill Bailey passano insieme… e Jeff è del tutto intenzionato a renderlo indimenticabile…

NOTE: allora, ciò nacque da una cosa che mi disse izu un giorno che ero particolarmente scazzata a scuola e mi serviva un calmante mentale XD poi fece il disegno, e… beh… ci ho passato mezze vacanza di pasqua ma eccola qui XD non dico che è un seguito di sweet child o’ mine, la si può leggere anche senza quella, ma presuppone gli avvenimenti della suddetta XD ergo, vi lascio e buona lettura, e buona melassa XD


I can feel the soft silk of your blouse
And them soft thrills in our little fun house
Then the lights go out and it's just the three of us
You me and all that stuff we're so scared of
Gotta ride down baby into this tunnel of love

 Bruce Springsteen – Tunnel of love

 

Questa volta aveva davvero avuto una fortuna sfacciata, ma davvero sfacciata. Così sfacciata che neanche ci riusciva a credere.

Ma erano lì, li aveva in mano, li poteva contare, li sentiva scorrere tra le sue dita, trecento fottutissimi dollari, e a guadagnarli c’era voluto poco. Aveva fatto bene, anzi benissimo, quattro ore prima, a chiedere a quei quattro ragazzi vicino ad un furgone perché stessero urlando.

Già. Era stato proprio un colpo di fortuna scoprire che erano una cover band degli Stones e che il loro chitarrista ritmico era bloccato a casa per la neve. Jeff si era offerto per sostituirlo per quella serata, e loro gli avevano dato un quinto dell’ingaggio per un’ora scarsa di set.

 

E ora, aveva trecento dollari.

 

Mai aveva visto così tanti soldi insieme in una volta sola. E ora doveva trovare un degno modo per usarli. Allora, cosa poteva farci? Beh, quindici dovevano andare assolutamente per le corde nuove, ormai lei sue stavano per passare a miglior vita, e col cavolo che suo padre gli avrebbe mai prestato i soldi per ricomprarle. Però gliene restavano duecento e ottanta e passa. Iniziò a pensarci su. Era gennaio, anche se era un gennaio stranamente caldo, e il giorno dopo era sabato. Quell’anno il tempo era stato strano, e c’era un’aria più primaverile che altro….

 

E poi, ecco, la rivelazione.

 

Probabilmente l’interessato non ci avrebbe mai fatto caso, ma quel sabato, era il loro primo anno insieme.

 

Suo, e di Bill Bailey.

 

Ancora non riusciva a credere a cosa era successo quella notte di gennaio di un anno prima, ma sapeva che se ci pensava, il suo viso si ornava improvvisamente di un sorriso quantomeno idiota.

Stavolta doveva trovare qualcosa che…

Ma certo. Quella sì che era un’idea geniale.

Assolutamente geniale.

Mise in tasca le banconote fruscianti e tornò a casa a preparare il suo piano. Lo voleva studiare nei minimi dettagli e non avrebbe tralasciato nulla.

 

La mattina dopo, alle sei e mezza, era sotto casa di Bill. Alla fine era riuscito a tornarci, e per questo avevano dovuto rimanere molto cauti in quello che facevano. E ora, almeno per quel giorno, voleva che le cose cambiassero.

 

Ora, conosceva Bill da almeno sette anni. E si ricordava che ogni volta in cui, alla veneranda età di dieci anni, si organizzavano le uscite per andare allo scalcinatissimo luna park locale, lui non andava mai, perché primo, non gli davano i soldi, secondo, il padre considerava i luna park tremendi luoghi di perdizione. E non si era mai scordato quegli occhi diventare tristi ogni volta, e riempirsi di gratitudine quando anche lui aveva smesso di andarci per restare a fargli compagnia.

 

Però era ora di rimediare.

 

Quindi, il suo piano era il seguente.

 

Prendere un Greyhound, arrivare a Columbus, cioè un posto in un altro stato dove era matematicamente impossibile trovare qualcuno che li riconoscesse, andare al grande parco divertimenti locale, e passarci tutta la santa giornata per poi dormire la notte in un motel e tornare la domenica. Non sarebbe stata la prima volta che passavano la notte fuori casa, e una volta tanto non avrebbero dovuto nascondersi come due ricercati. Prese un sasso e lo gettò piano contro la finestra di Bill; poi due, e poi tre, fino a quando non si aprì.

 

“Chi cazz… Jeff?”

 

Il chiamato in causa riuscì solo a sorridere alla vista di quei capelli rossi spettinati che impedivano di vedere bene la faccia.

 

“Io.”

“Cosa c’è?”

“Ti va di andare a Columbus?”

“A Columbus? A fare che? E come poi?”

“Senti, da qua sotto… uhm… resta fermo lì.”

 

Jeff sospirò e prese ad arrampicarsi lungo il tubo della grondaia, per poi arrivare al davanzale.

 

“Ma che fai? Così ti romperai l’osso del collo!”

“Appunto, fammi parlare così scendo prima. Per farla breve, ho duecento ottantacinque dollari, e intendo spenderli. E intendo divertirmici, e se voglio, a questo punto vado a Columbus. Almeno non c’è nessuno che conosca. Il Greyhound parte tra mezz’ora, e si torna domani mattina, notte al motel. Ci stai?”

“Sei un pazzo.”

“Ci stai?”

“Ci sto. Cinque minuti e sono giù.”

 

Jeff gli lanciò ironicamente un bacio e tornò giù stringendosi nella giacca di jeans extralarge che faceva il paio con i suoi jeans stretti. E cinque minuti dopo Bill era fuori dalla porta, con i capelli raccolti in una fascia rossa, dei jeans larghi e scuri, e un maglione di lana bianca a collo alto, che scendeva morbidamente lungo il suo busto.

 

Perfetto, assolutamente perfetto.

 

Jeff l’avrebbe baciato lì e subito, ma non era l’ora. Gli fece segno di seguirlo e si avviarono verso la stazione di Lafayette. Pagò due biglietti, fino a Columbus, e alle sette il bus era in viaggio. Jeff esultava interiormente.

Si preannunciava una giornata molto interessante.

 

Fino a quando c’era su gente di Lafayette, rimasero in posizioni neutre, facendo finta di parlare. Quando però il resto dei passeggeri rimase composto da perfetti sconosciuti, si lasciarono andare un poco. Bill appoggiò la testa sulla spalla di Jeff cercando di dormire, e Jeff, dopo aver tolto la fascia, lo lasciò fare, senza però rinunciare ad accarezzargli i capelli. E nessuno se ne stupì, se non altro perché in quella posizione sarebbero potuti sembrare benissimo un ragazzo e una ragazza. Anche se questo, a Bill, si guardava bene dal dirglielo.

 

Erano quattro ore buone di viaggio, ma finalmente, alle undici, arrivarono alla stazione di Columbus. Jeff si guardò intorno e appena vide un taxi, lo fermò. Poi, dopo aver sussurrato all’autista la destinazione, fece segno a Bill di salire. Non era ancora riuscito a capire quale piano malefico stesse passando per la testa del signor Jeffrey Dean Isbell, ma ormai aveva imparato a non fare domande e ad aspettare.

 

Dopo dieci minuti il tassista si fermò. Jeff gli passò i cinque dollari della corsa e scese dalla macchina, seguito da Bill. Il quale però non era per niente convinto di quello che succedeva.

 

“Mi spieghi che ci facciamo in un vicolo lungo tre metri nella fottuta Columbus?”

“Nel vicolo, proprio niente. Ma se vai sulla strada principale e giri l’angolo capirai.”

 

Fece come gli era stato detto e appena vide quello che c’era davanti a lui rimase immobile come una statua di sale. Era un gigantesco luna park, che brulicava di coppiette di quattordicenni e bambini con i genitori, come è normale di sabato mattina.

 

Jeff tratteneva a fatica le risate, davanti alla faccia del suo ragazzo. Sembrava davvero un ragazzino di sei anni che ci andava per la prima volta, ma a pensarci su quell’affermazione non era del tutto falsa, anche se molto infelice. Evitò di pensarci e si preparò a passare in modalità convincimento, perché aveva già calcolato che ci sarebbero state reticenze.

 

“Jeff… ma… come… perché…”

“Lo sai che giorno è oggi vero?”

“E’ il… oddio, è vero, è un anno… non mi dirai che…”

“Hai centrato il punto.”

“Ma è una pazzia!”

“E perché mai?”

“Io ho quasi diciassette anni e tu pure!”

“Non bisogna averne meno di dieci per divertirsi, lo sai?”

“Ma…”

 

Jeff decise di andare dritto al cuore della faccenda. Gli mise una mano sulla spalla e lo guardò negli occhi.

 

“Allora, vedi di starmi a sentire. Non tentare di fare le scene con me, ti conosco troppo bene. È dal momento che hai visto cosa c’è in fondo a questa strada che stai smaniando per entrare, ma ti stai bloccando da solo.”

 

Non gli era sfuggita, in quegli occhi verdi, la luce che vedeva anni prima in quelli dei suoi amici, quando andavano al luna park di Lafayette, e sapeva che non ci avrebbe messo molto a convincerlo.

 

“Jeff, non siamo più dei bambini!”

 

Era tentato di dire che per certi versi non lo era mai stato, ma questi discorsi non era proprio il caso di farli, e decise di tornare all’attacco.

 

“E chi se ne frega! Non è mai troppo tardi per fare qualcosa. Ora, è il nostro primo anno, ho più soldi di quanti avrei mai potuto sperare e l’unica cosa che voglio è che passiamo una bella giornata tutti e due. Per quanto riguarda me, possiamo comportarci come due ragazzini di quattro anni e non ho niente in contrario. Non ci conosce nessuno qui, quindi non c’è pericolo che qualcuno riferisca a tuo padre o a chi so io. Cazzo, siamo in un altro stato! Ora, ammetti o no che vuoi andare?”

 

Ricevette solo un cenno affermativo della testa; lo sguardo di Bill però rimaneva inchiodato a terra. Beh, meglio che niente. Gli mise una mano sotto il mento, e gli sollevò il volto.

 

“E allora andiamo. Per oggi, io e le mie sostanze siamo al tuo totale e completo servizio.”

“Sei… sei… non lo dico neppure, sarebbe inutile.”

 

Jeff si lasciò scappare una risata prima di baciare piano quel volto deliziosamente confuso. Poi gli prese la mano e andarono dritti verso l’entrata.

 

Ci furono pochi secondi in cui si sentirono entrambi un poso spaesati, con quel flusso di persone che li travolgeva, ma poi Jeff prese di nuovo il controllo della situazione.

 

“Allora, che facciamo per prima cosa?”

“Non saprei…”

 

Bill si guardò freneticamente intorno. C’era una strana agitazione che gli stava nascendo dentro…

 

“Montagne russe?”

“E sia.”

 

Si avviarono verso la suddetta attrazione, e una volta arrivati, Jeff pagò due biglietti e andarono a sedersi sul primo vagone disponibile.

 

“Ehi, mica hai le vertigini?”

“Certo che no, per chi mi prendi?”

 

Era solo un trucco per farlo sciogliere un poco, ma a quanto pareva, stava funzionando. Ottimo.

E quando il vagone partì, lo ammirò molto, per come era riuscito a trattenersi dall’urlare fino al secondo giro. Ma poi quel grido era stato musica per le sue orecchie, fino a quando dovettero scendere.

 

Una volta giù, a nessuno dei due reggevano le gambe.

 

“Cazzo Isbell, ho lo stomaco completamente sottosopra!”

“L’idea è stata tua, non mia.”

“Come no..:”

 

Ma lo sapeva fin dal principio che era tutta una fina, e lo vedeva che gli occhi gli brillavano.

 

Andava tutto come doveva andare.

 

Però forse era ora di muoversi da lì. Si incamminarono senza fretta per la prima strada disponibile, e Jeff adocchiò subito un’attrazione che gli sembrava interessante.

 

Era una casa diroccata, con ragnatele che scendevano dal tetto e un’insegna con scritto L’ESPERIENZA PIU’ SPAVENTOSA DELLA VOSTRA VITA. Oh sì, lo interessava parecchio, questa cosa.

 

“Che ne dici di quella?”

“La casa degli orrori?”

“Non avrai mica paura!”

“Certo che no, razza di idiota!”

 

Si vedeva lontano un miglio che era terrorizzato, ma era su questo che contava Jeff Isbell. Andò alla biglietteria, pagò i due ingressi soliti, e si accomodarono su una specie di divanetto lacero che scorreva su un paio di rotaie, e quando partirono si ritrovarono immersi in un buio pesto. Gli unici suoni che si sentivano erano degli scricchiolii piuttosto sinistri. Jeff avrebbe pagato oro per vedere la faccia di Bill in quel momento, ma aspettò pazientemente. Tempo cinque minuti, e avrebbe raggiunto l’obiettivo. Passarono trenta secondi buoni in cui non successe niente. Poi iniziarono ad apparire dei brevi lampi di luce bianca, che servivano solo ad aumentare la tensione. Poi le luci si fermarono all’improvviso, e con le luci, anche il loro mezzo di locomozione. Poi si sentì un urlo agghiacciante di una donna, e davanti a loro apparve quello che sarebbe dovuto essere un fantasma. Jeff lo vide subito che in realtà era solo un velo bianco unito a pochi effetti di luce, ma mentre lo attraversavano, si complimentò mentalmente con i tecnici, perché passandoci attraverso, si accorse che sul velo era stata messa una qualche sostanza che lo rendeva umido e viscido.

Abbastanza ingegnoso, e disgustoso.

Bill resisteva, ma lo vedeva che era teso, e teneva le labbra serrate, quindi tornò tranquillamente ad aspettare. Non ci sarebbe voluto moltissimo.

Lo ammirò per non aver battuto ciglio quando un braccio meccanico finto-semidecomposto aveva stretto il suo, e quando uno schizzo di colorante gli era finito all’improvviso sulla guancia. Ma quando si bloccarono senza anticipazione, si aprì una botola sul soffitto e uno scheletro (fino, naturalmente, ma molto realistico) cadde con le mani che finirono direttamente sulla loro faccia, fu troppo. Bill lanciò il grido che era riuscito a reprimere per tutto quel tempo e Jeff ne approfittò velocemente. Gli passò un braccio intorno alla vita e ritrovò una testa pressata contro la sua spalla. Se lo tirò più vicino e aspettò che finisse il giro; tanto per sua fortuna quei trucchetti di bassa lega non gli avevano mai fatto impressione. Era solo per arrivare alla situazione in cui si trovavano che era entrato lì dentro. Lo vedeva che il suo caro amico cercava sempre di controllarsi e limitarsi, e non voleva che quel giorno lo facesse, né che sentisse il bisogno di farlo.

Gli disse di alzarsi solo quando vide la luce dell’uscita, e quando furono di nuovo all’aria aperta parlò con molta calma.

 

“Tutto bene?”

“Certo.”

 

Matematico, non l’avrebbe mai ammesso. Ma era anche per quello che lo adorava, quindi andava bene così. Si guardò intorno e trovò un altro posticino interessante.

 

“Aspettami un secondo.”

 

Bill annuì e lui andò verso la direzione prefissata. Stava cominciando ad avere fame, e doveva ovviare.

 

Bill aspettò per cinque minuti e rimase con gli occhi di fuori quando vide Jeff avvicinarsi con in mano una stecca per due di zucchero filato bianco.

 

“Isbell, ma che cosa…”

“Beh, che pretendi, di andare al luna park e non mangiare zucchero filato? Lo so che hai fame, cosa ti credi?”

 

Decise di tacere. Ribattere a Jeff era una partita persa. Si limitò ad assaggiare quella invitante massa bianca. Non si ricordava quanto tempo aveva passato anni prima a invidiare quei ragazzini di Lafayette, che la domenica andavano al luna park con i genitori e ne tornavano carichi di premi vinti a qualche tiro a segno, sempre con la famosa stecca di zucchero in mano, mentre a lui, se andava bene, passava la mattina a cantare nel coro della chiesa, e se andava male…

Scacciò dalla testa quel pensiero e si dedicò al sapore dolcissimo che gli stava invadendo la bocca. Andarono a sedersi su una panchina e per un poco si divisero lo zucchero filato in silenzio, ma poi Jeff cominciò a utilizzarlo in altri modi, staccandone piccoli pezzi e cercando di infilarli nella bocca di Bill, che alla fine cedeva sempre e li accettava di buon grado. Purtroppo tutte le cose buone prima o poi finiscono, e nel giro di mezz’ora, lo zucchero era sulla via dell’apparato digestivo, Jeff si era ritrovato con le mani piuttosto appiccicose e sul labbro di Bill era rimasto attaccato un pezzo.

 

Jeff non si lasciò scappare l’occasione e sporgendosi un poco in avanti lo tolse, leccando leggermente il bordo della bocca, per poi passare all’azione e cominciare a dargli un bacio serio, al quale Bill non si fece troppi problemi a cedere. Poi però era decisamente ora che si lavasse le mani, e appena trovata una fontana, si lavò via i residui di zucchero e ricominciarono il loro giro.

 

Ormai erano le tre, e il cielo si era leggermente coperto. Forse anche per l’ora, in giro c’era meno gente. Si fermarono in una piazzetta. Jeff eliminò l’autoscontro dall’elenco delle possibili attrazioni da visitare, e poi il suo sguardo seguì quello di Bill. Che era puntato su un carosello, una di quelle giostrine con i cavalli che si alzano e abbassano.

 

Tipico. Non avrebbe mai osato chiederlo, sembrava una cosa da bambini piccoli.

 

Ma quel giorno, non c’era età che tenesse.

 

“Se vuoi andare lì, non ho mica problemi.”

“Dove? Non capisco cosa…”

“Te l’ho già detto, non fare finta con me.”

“Fare finta?”

“Ed eccolo lì. Guarda che lo so cosa stai guardando. Non c’è niente da vergognarsi.”

 

E le gote di Bill arrossirono leggermente.

 

“Mi sentirei ridicolo.”

“Se ci andassi prima io, ti aiuterebbe?”

“Non lo faresti.”

“Quanto ci scommetti?”

 

Gli lasciò in mano cinquanta centesimi per il biglietto e si incamminò con molta calma verso il carosello. Pagò il suo giro e andò sempre con estrema calma a sedersi su uno dei cavalli. E l’espressione di Bill era fin troppo divertente. Sperava solo che fosse bastato a convincerlo.

 

Mancavano pochi secondi e sarebbe cominciato il giro.

Bill non riusciva a capire se era lui ad essere preoccupato per delle cazzate, o se era il suo ragazzo che non aveva ritegno. Ma in ogni caso, che gli importava? Aveva ragione Jeff, come al solito. Erano anni che voleva fare una cosa del genere. ora ne aveva la possibilità. Che gliene importava se era stupido o infantile? Corse alla biglietteria, pagò il suo giro anche lui, salì sul cavallo vicino a quello di Jeff, e dopo trenta secondi cominciarono a girare.

 

D’accordo, se escludevano i genitori che accompagnavano i bambini, alzavano di parecchio l’età media dei frequentanti. Ma si sentiva talmente libero di non pensarci, talmente soddisfatto di essersi tolto quello sfizio, che sinceramente, non gliene importava niente.

 

Man mano che la velocità aumentava, sentiva i suoi capelli sollevarsi e ondeggiare nel vendo che gli accarezzava il viso. E si sentiva… bene. Poi girò la testa e il suo sguardo incontrò il sorriso dolce e rilassato di Jeff.

 

Fu un attimo.

 

Entrambi si sporsero un poco, reggendosi ai rispettivi cavalli, e senza che altre parti dei loro corpi si toccassero, le loro labbra si incontrarono a metà strada, e fu un’unione dolce, leggera, che non andò oltre quello, ma che per entrambi fu semplicemente perfetta.

 

E poi il giro era finito.

 

Scesero velocemente, e Jeff prese Bill per un polso; aveva adocchiato un paio di bar, tra i quali c’era una specie di vicolo, e ora aveva bisogno di continuare quello che avevano iniziato.

 

Appena furono al sicuro da sguardi indiscreti, Bill si appoggiò completamente contro il muro, e Jeff, dopo avergli posato le mani sui fianchi, cominciò a posargli baci sul viso per poi arrivare alle labbra, e intanto sentiva tra i capelli le mani del suo ragazzo, che lo incitavano a continuare. Nelle rispettive bocche era rimasto ancora un leggero sapore di zucchero filato, e questo poteva solo rendere l’operazione ancora più piacevole.

 

Quando si staccarono, il primo a parlare fu Jeff.

 

“Ecco, ora ragioniamo.”

“Se lo dici tu… e adesso?”

“Non so. Decidi tu.”

“Andiamo a dare un’occhiata?”

 

Jeff annuì e tornarono sulla strada principale, dove camminarono per qualche minuto fino a quando Bill non si fermò.

 

“Quella?”

 

Jeff alzò gli occhi. Era il labirinto degli specchi.

 

“Perché no? Andiamo.”

 

Pagò i biglietti, e arrivarono all’ingresso, fermandosi di fronte all’entrata. E poi fece segno a Bill di passare.

 

“Prima tu.”

 

Aveva i suoi progetti, e i suoi motivi per essere secondo.

 

“No, no, vai tu.”

“No, no, tu.”

“Ok, ho deciso.”

 

Bill gli prese la mano e lo portò dentro, mentre entrambi non potevano fare a meno di ridere, e quella immagine finì replicata all’infinito negli specchi che li circondavano; e migliaia di teste rosse si appoggiarono su migliaia di spalle coperte con una giacca di jeans, e migliaia di mani sinistre si appoggiarono su migliaia di fianchi fasciati in un maglione bianco, procedendo lungo il labirinto.

 

Chiaramente, essendo un labirinto, non ci volle molto a perdere completamente l’orientamento. Tra gli specchi e il fatto che capivano poco o nulla di dove stavano, si erano persi.

 

“E ora? Non rimarremo mica chiusi qui dentro!”

“Bill, non dire cazzate! Certo che ne usciremo. Basta concentrarsi.”

“Sì, ma vedermi su tutte le pareti non aiuta. Anzi, ho mal di testa…”

“Allora aspetta un attimo.”

 

Gli tolse la fascia, e usandola come una benda, la posò sugli occhi del proprietario, impedendogli di vedere qualsiasi cosa.

 

“Ma che…”

“Taci e lascia fare a me.”

 

Allacciò le sue dita con quelle di Bill, per poi sollevare le loro mani unite e baciarle, e si avviò lungo il primo corridoio che vide, cercando di arrivare al centro. Con il silenzio rotto solo dal suono del loro respiri, ed un minimo di concentrazione, ci riuscì senza troppi problemi, e a quel punto non ci volle molto a trovare la strada giusta. Allora si mise dietro Bill, gli poggiò le mani sulle spalle e lo mandò avanti, fino a quando non vide in lontananza l’uscita.

Allora, dopo aver posato un bacio leggero sull’incavo del collo, spostando i capelli, tolse la fascia dagli occhi e la rimise al suo posto. E lentamente anche quei meravigliosi occhi verdi si aprirono.

 

“Ma che genio dell’orientamento che mi ritrovo qui…”

“Vero? Dai, usciamo. C’è ancora tempo per qualcos’altro.”

 

Bill annuì, e uscirono. Erano le quattro e mezza, ormai, e già cominciava a fare buio, anche se di pochissimo. Girarono un altro poco, e poi si fermarono.

 

Eccolo lì. Il tunnel dell’amore.

 

Un piccolo fiume sul quale si trovavano delle barchette rosse, si dirigeva all’interno di un tunnel sovrastato da un enorme cuore rosso, e un vecchietto seduto all’entrata staccava i biglietti. Si guardarono per qualche secondo. Fino a quel momento non erano stati notati, ma se entravano lì, si sarebbe capito subito. E se c’era qualcuno che non era d’accordo…

 

“Jeff, tu vuoi entrare, vero?”

“Perché no?”

“Ma come si fa?”

“Seguimi… non parlare, e lascia fare a me.”

 

Jeff gli tolse un paio di ciocche dalla bandana coprendogli un poco il viso, lo prese sottobraccio e andò dal vecchietto.

 

“Ha due biglietti?”

“Certo, figliolo… prendi e divertiti, con la tua ragazza! Però è un po’ mascolina…”

“Oh, non se ne preoccupi, le apparenze a volte ingannano!”

 

Salirono su una barchetta, tolsero il fermo, e si avviarono nel buio del tunnel.

 

Buio solo all’ingresso, perché dopo pochi metri si riaccesero le luci. Il posto, c’era da ammetterlo, era pacchiano, niente da fare. Sulle pareti era dipinto un prato con fiorellini di ogni genere e cupidi che trafiggevano cuori in cielo; inoltre, sempre nel cielo, erano dipinte farfalline e uccellini che svolazzavano. Dagli altoparlanti disseminati in giro, proveniva musica, probabilmente una compliation. In quel momento, c’era su How deep is your love dei Bee Gees. Insomma, non era assolutamente il massimo a cui si potesse aspirare, ma per loro due bastava e avanzava.

 

Era come se quel giro in quel tunnel fosse una specie di accordo tacito tra di loro, una conferma di quello che erano, e se era una carnevalata che poteva far gioire solo una dodicenne al primo appuntamento, non era importante. La loro barca era abbastanza lontana da quella davanti, e dietro non c’era nessuno.

 

Ergo, potevano agire liberamente.

 

Bill parlò per la prima volta da quando avevano deciso di entrare.

 

“Non capisco mai se tu sia un genio o un folle senza speranza.”

“Forse entrambi.”

“Spiegherebbe parecchie cose. Cazzo, questa canzone fa veramente schifo.”

“Su questo devo darti ragione. Beh, ho un’idea per non pensarci.”

“Ovvero?”

 

Lo sapeva benissimo qual era, ma fingere un minimo non faceva mai male.

 

Jeff fece finta, anche lui, di essere completamente scoraggiato, ma non resisteva. Fece per chinarsi a baciare Bill, quando la musica si fermò e il tunnel sprofondò nel buio, e non vide più niente.

 

Cazzo.

 

Probabilmente era andata via la corrente.

 

Beh, almeno si risparmiavano quella canzone orrenda.

 

Intanto però Bill era di un’opinione totalmente diversa.

D’accordo, era stupido. Ma aveva sempre detestato stare al buio. Non gli portava per niente dei bei ricordi.

Cazzo… tese le mani in avanti alla cieca, e trovò un lembo della giacca di Jeff. A quel punto non ci volle molto per trovare il fianco e le gambe. Fece i suoi calcoli, si alzò dal suo posto, e andò a sedersi sulle ginocchia dell’altro, e mentre da un lato finalmente aveva trovato l’altra spalla, intorno alla quale aveva passato il braccio, dall’altro, con la mano libera, gli cercava il viso. Doveva sentirlo, altrimenti sarebbe impazzito. E poi sentì due mani che toccavano il suo viso, gli percorrevano le guance e gli occhi, e che dopo aver tracciato le sue labbra con le dita, tornarono sulle sue gote, portandogli dolcemente il volto verso il basso.

 

Il primo tentativo andò a vuoto.

 

Invece che arrivare sulla sua bocca, le labbra di Jeff gli arrivarono sul mento. Ma al secondo finalmente ritrovarono, e quel bacio che sembrava infinito, in quel buio pesto, sembrava l’unica cosa allo stesso tempo reale e irreale.

 

Intanto la barca procedeva da sola, e quando Jeff, aprendo gli occhi leggermente, riuscì a distinguere del rosso, si accorsero che il giro era finito, e si staccarono in fretta e furia, per poi scendere dalla barca e scegliere un’ultima attrazione, dato che c’era tempo solo per una.

 

Il cielo si era scoperto, e anche se il sole stava per tramontare, c’era ancora un poco di luce. Ergo, nulla impediva un giro sulla ruota panoramica, no?

 

Jeff pagò ancora per i posti, e andarono a sedersi nella cabina, aspettando pazientemente di arrivare in cima.

 

Finalmente la cabina si fermò nel punto più alto, e guardarono il panorama che si stendeva davanti a loro. Nel cielo, ancora rosa sulla linea dell’orizzonte, celeste in alto, e di un delicato violetto nei punti di transizione, erano già spuntate un paio di stelle. Le luce accese delle case di Columbus creavano una specie di mare scintillante, nella sera che stava diventando buia.

 

Bill si alzò e si appoggiò alla ringhiera della porta; subito dopo sentì un braccio stringerlo intorno alla vita. Si lasciò andare all’indietro, appoggiandosi completamente su Jeff, facendosi scappare un gemito di soddisfazione e provocando una piccola risata divertita in chi lo stava sostenendo.

 

“Che hai da ridere?”

“Niente, niente.”

“Non ci credo ma lascerò correre. È bellissimo, vero?”

“Eh già.”

“Mai avrei pensato di finire a vedere una cosa del genere.”

“Neanche io. Ma sai, avrei potuto farne a meno, forse.”

“E perché mai?”

“Perché è bellissimo, d’accordo, ma a che mi serve quando tutti i giorni ho davanti agli occhi qualcosa di molto più bello?”

 

Bill sembrava sinceramente stupito.

 

“E cosa?”

“Ancora non l’hai capito? Malissimo. Ma vediamo di rimediare.”

 

Lo fece girare verso di lui, gli sollevò il mento con le dita, e dopo essersi tolto lo sfizio di posargli un bacio leggero tra gli occhi, si dedicò alla sua bocca, accarezzandogli le labbra con le sue, finché si aprirono con un gemito. E ottenuto l’accesso, lasciò che la sua lingua, con movimenti che non avevano nessuna fretta, si unisse a quella di Bill, assaporando ancora il fantasma del gusto dello zucchero filato, mentre erano ancora fermi in alto, il sole tramontava, e le luci di Columbus sfavillavano in lontananza.

 

Si staccarono solo quando la ruota ricominciò lentamente a muoversi, e Bill appoggiò la testa sull’incavo della spalla di Jeff, stringendosi il più possibile, e sollevandosi parecchio quando delle dita lunghe e ruvide cominciarono ad accarezzargli la base della nuca.

 

“Jeff?”

“Sì?”

“Grazie. È stato… è stato il giorno più bello della mia vita, davvero.”

“E di che? Per te questo e altro.”

“Peccato che sei l’unico a pensarlo.”

“Beh, il mio parere non è abbastanza autorevole per te?”

“Sei un cretino ma… cazzo…”

“Cosa?”

“Non credevo che sarei arrivato a dirlo…”

“Vuoi spiegarti?”

“Isbell, idiota che non sei altro… ti amo.”

 

Il cuore di Jeff si fermò per qualche secondo.

 

Non gliel’aveva mai detto prima…

 

Bill non poteva vederlo, ma il sorriso che c’era sul suo volto era talmente grande che quasi gli faceva male.

 

“Ti amo anche io, cosa credi?”

 

E mentre la ruota scendeva, le loro labbra si cercarono ancora, chiudendo nel modo migliore una giornata perfetta.



Story janie_tangerine

Drawing _izu_

 

LinkReply

Comments:
[User Picture]From: gypsyboots
2006-12-29 01:28 pm (UTC)
Oh, only if you want to :)
(Reply) (Parent) (Thread)